L’insalata di barbabietole che suscitò la perplessità del laghée Andrea Vitali


L’ultimo libro di Andrea Vitali, Le tre minestre, non mi convince molto. Da tempo, in realtà, avverto un po’ di stanca negli scritti di questo gradevolissimo  scrittore laghée,  spesso  scioccamente  accostato a Piero Chiara solo per aver scritto delle storie di lago con lo sguardo fisso sul lago. Forse è la produzione quasi a livello industriale di storie che lo sta rendendo un po’ fiacco, a dispetto dell’idea furba di ambientare tutti i suoi racconti in quell’affascinante  microcosmo che si ritrova nei paesi lacustri. Gli intrighi,i  pettegolezzi e i crimini che escono dalla sua penna,  caratterizzati da quelle affascinanti  atmosfere retro  da teatro dell’oratorio di provincia, negli ultimi libri  mi sembrano un po’ appannati.
Ora, chissà se stuzzicato dalla  curiosità mediatica che in questo periodo circonda il mondo della cucina, o  spinto dal nuovo editore,  ha deciso di costellare l’ultimo  racconto, autobiografico,  di riferimenti  a quanto ha visto arrivare in tavola al tempo dell’infanzia. Nel  libro, che vede entrare in scena le sue tre zie, quelle che lui stesso ha ribattezzato le tre ministre per come si erano divise la torta del governo delle faccende di casa, di piatti pronti per essere mangiati ce ne sono tanti. Sempre pietanze  semplici,  come possono essere le pietanze tipiche  di una zona che offriva poco in fatto a materie prime e, forse, anche pochi stimoli alla creatività: riso e prezzemolo, pancotto, rognoni trifolati, nervetti, cassoeula… Vitali non solo li contestualizza nella storia, ma in appendice  ne fornisce anche le ricette. Masterchef ha colpito anche a Bellano.
A mia madre, nata e cresciuta sullo stesso lago del  medico scrittore, forse il libro sarebbe piaciuto, anche se non avrebbe perso l’occasione per stigmatizzare la pochezza della cucina lariana. Lo ha sempre fatto. Credo la odiasse, benché  vi attingesse a piene mani quando c’era da mettersi ai fornelli. In me il racconto di Vitali ha evocato i ricordi di tanti desinari  nella casa dei nonni a Menaggio: la polenta cunscia, i füng, il pâtè di vitello (che arrivava in tavola solo a Natale e non si esauriva fino a capodanno), la polenta al latte…Piatti che spesso, da bambina, odiavo cordialmente. Ma non credo che sia questo il motivo della mia perplessità nei confronti del libro.
 
Tra le sue pagine Vitali cita più di un’insalata (ed è per questo che ne parlo qui),  dall’immancabile insalata russa all’insalata amara “da consumarsi poi con le uova sode, in listarelle talmente sottili che ne esaltavano il sapore”.
Mi strappa un sorriso di tenerezza quanto scrive: ”Con mia moglie condivido, e condividerò, i momenti belli e quelli brutti della vita finché morte non ci separerà, ma mai e poi mai l’insalata, che infatti condiamo in due zuppiere diverse, sostenendo lei, che ha alle spalle studi di chimica, l’obbligatorietà dell’aceto dopo il sale  affinché  il primo venga sciolto dal secondo. Di secondaria importanza, anche se fondamentale al fine di ottenere un’insalata condita come Dio, anzi come la zia Colomba comandava, l’abnorme quantità di aceto da utilizzare: l’esattezza  della misura la si impara con il tempo e sbagliando, e viene infine denunciata a condimento avvenuto…”.
 

Stasera renderò omaggio a Vitali preparando quell’insalata di barbabietole impostagli come assaggio dalle burbanzose zie: “Così fu quella volta, quando sulle mucose delle mie fauci  si depositò il sapore di quell’insalata che mi venne spiegato essere composta da barbabietole tagliate a quadratini, una spruzzatina di prezzemolo e un battito d’ali di aglio”.  Ovviamente aggiungerò dell’extravergine (peccato, non quello prodotto dagli olivicoltori del lago di Como) e un cucchiaio di buon aceto di vino rosso. Nient’altro, di certo il formaggio di capra e i gherigli di noce che, altrimenti, avrei aggiunto, non sarebbero stati approvati dalle zie bellanesi.

 

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