La parola del giorno: Molza

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Molza.

Proseguendo le mie scorribande tra le pagine della storia della letteratura italiana, oggi l’invito è a scoprire una delle opere burlesche di Francesco M. Molza (1489 – 1544), fine scrittore in latino e in volgare e  impenitente libertino, che si dedicò anche a versi, come quelli che vi propongo, dedicati a temi decisamente poco convenzionali. Se vi interessa sapere qualcosa di più su  questo personaggio, cliccate qui.

Dell’insalata
 A messer Trifone.
Un poeta valente mi promesse
Lodar già l’insalata , e non so come
L’ingegno altrove poi e l’opra messe
Ed era egli ben tal, che sol col nome
Fatto l’havrebbe certo un grand’honore
S’ei sommettea le Spalle a cotal some
Ma il Ciel, a cui son io poco in favore,
Fè ritornar fallace il mio disio,
Ch’ancor mi tocca la memoria, e’l cuore
Nè mi lascia, posare, e vuol pur ch’io
Entri nel pecoreccio, e che poeta
Per lei diventi, se ‘l dicesse Dio.
Ajutami, Trifon, tu, ch’a la meta
Omai sei giunto di color, che sanno,
E col tuo stile la mia mente acqueta
Ch’a mastro Febo non vo’ dar affanno,
E men turbar le Muse, ch’ in disparte
A goder l’ombre del tuo monte stanno.
Ben chiamar teco si potrebbe a parte
Il Dio degli orti, che saprà, s’ei vuole
Usar talor discrezione ed arte.
Ma lasciando da canto le parole,
E cominciando ad entrar dentro al buono,
Come chi al buio far cosa non suole,
Dico, ch’in vero l’insalata è un dono,
Di far strabiliar chi su vi pensa:
Ed io poco atto a ragionar ne sono,
E quasi saria ben, ch’ una dispensa
Pigliasse, chi parlando si presume
   Isporre ad altri la bontà sua immensa.
Voi sapete, che suol esser costume,
Ch’a gl’ inventori delle cose nuove
Si faccia onor in ogni tempo, e lume.
E che la lor memoria si rinnove
Con archi e marmi, e consecrati templi,
Sì che sempre qualche orma se ne trove.
Però quando mi avvien, che ciò contempli,
Penso che il trovator di tal vivanda
Fosse di santa vita e buoni esempli;
E che la gloria propria in ogni banda
Gisse schifando, e tutti gli altri onori,
Siccome la Scrittura ci comanda.
Le statue sprezzò, sprezzò i colori.
Fatto maggior via più col chiaro ingegno
D’ogni fregio, ch’apporti altrui splendori
Io nel me credo, e quasi porrei pegno,
Che la trovasse Adamo in Paradiso,
Pria che gustasse il divietato legno.
Alcun dice, che prima n’ebbe avviso,
Facendo orazione nel deserto
Un padre santo con afflitto viso.
Sia pur come sicoglia; a sì gran merto
O fosse Adamo il primo, o Ilarione,
Poco era un tempio, ed ogni statua certo
Vero è, che da pensar mi diè cagione
Un dubbio, che mi nasce or nella mente,
E credo non vi badin le persone:
Ond’è, che essendo in grazia della gente
Per così fatta via, che senza lei
Cosa non par, che ‘l gusto ci contente:
Nondimen nè la lingua degli Ebrei,
Nè la Latina, nè la Greca antica,
Nè quella forse ancor degli Aramei,
Voce ritrova, onde ‘l suo nome dica?
Questo è, s’io non m’inganno, un gran difetto!
U’ quanto altri più pensa, più s’intrica,
Dirà quel Mastro mio, che d’intelletto
Si crede pareggiar il dottrinale,
Che non so che sul Calepino ha letto;
Tanto viver poss’egli l’animale,
E tanto vada delle reni sano,
Quanto in questo poi ha del naturale.
Ma pur a dir il vero, il caso è strano,
Nè si può così tosto il nodo sciorre,
Perciocché non ne parla Prisciano.
E chi sa, che ‘l suo nome entro la torre
Di Babel non restasse impastoiato,
E là si stia, poich’altri nol soccorre?
Il qual perchè non fu poi ritrovato,
Ella restò senza la propria voce,
O fosse caso, o pur contrario fato.
Il saper troppo qualche volta nuoce,
A noi basta nomarla per volgare,
Senza tener più la brigata in croce.
Pur si potrebbe con ragion cercare.
Quei, che fra gli altri anch’io tal volta soglio,
Perchè dal sale ogn’uom l’usi chiamare.
A che risponder brevemente io voglio,
E conchiudendo tosto la sentenza,
Lasciarvi addietro ancor quest’altro scoglio.
Ogni arte nel principio, ogni scienza
Nasce imperfetta, e poi di giorno in giorno
Si vien da quella a maggior conoscenza,
La prima casa, sotto cui soggiorno
Menar le genti, al fabbricar poc’use,
Dovea parer una casaccia, un forno.
Ma poiché l’ignoranza il tempo escuse,
Venne Vitruvio e monna Architettura,
E le parti ordinar, ch’eran confuse.
Questo esempio vi va proprio a misura,
Perchè dico, ch’al nascer l’insalata,
Ebbe ancor ella una cotal sciagura.
E fu prima col sal accompagnata,
Da chi si fosse il trovator dabbene,
E così l’insalata fu nomata.
Ma poi a lungo andar, come interviene,
Che in un punto trovar non si può il tutto,
Entrar di migliorarla in ferma spene.
Ne volse, come pria, mangiarla asciutto,
Che l’aceto v’aggiunse, e fu gran sorte,
Al fin con l’olio ne cavò il costrutto.
Eran lenostre vie tutte a ciò corte,
Però s’io dico, che del ciel discese,
Non vi paia il mio dir sì strano e forte.
Ben credo, che di ciò fosse cortese
A più persone, e che non fosse un solo,
Che di tanta bontade il tutto intese.
Fin qui troppo alto abbiam disteso il volo,
E camminato per solinghe strade,
Che per essere inteso ora m’involo.
E dico, che non basta questa etade,
Nè quella ancora, che appo noi s’aspetta
A dir dell’insalata la bontade.
A vederla nel tondo ci diletta
Sol della vista, e drizza l’appetito
A chi n’avesse poco, e ‘l gusto alletta.
Nè bisogna toccarla con un dito,
Come alcun sciocco, ch’imbrattarsi teme,
Ma darvi dentro baldanzoso e ardito:
Empiersene la man, la bocca insieme,
Senza ch’altri t’inviti, se n’hai brama,
E se disio di lei t’invoglia e preme.
Il tondo largo di ragion sempre ama,
Ove menar si possa con prestezza,
E l’olio poi sovra ogni cosa chiama.
Sempre mi parve di color sciocchezza,
Che le fan con l’aceto sol la festa,
Come di Spagna una gran gente apprezza
Altro che ‘l Ciel non mi trarria di testa,
Che ciò non fosse cosa troppo vile,
O fosse povertà, che più molesta.
Fanno meglio i Lombardi, che ‘l gentile
Suo cacio Parmigiano o Piacentino
V’aggiungon con più saggio e chiaro stile.
Qualche fior leggiadretto, e pellegrino
Non mi vi spiace, ed or che ‘l caldo è grande,
Un cetriuolo affettarvi ho per divino.
Spesse volte in disprezzo le vivande
Quanto vuoi dilicate, e di gran pregio,
Mi son cadute, come fosser ghiande:
L’insalata non mai, perch’ella, ha ‘l fregio
D’ogni ben ricca mensa, anzi è la luce
D’ogni viver, che s’usi, almo ed egregio.
Talor la sera a casa si conduce
Svogliato un uom, che staria, senza cena,
Se questa non li fosse al mangiar duce.
Viene la moglie in vista alma, e serena,
Il tondo gli appresenta, e s’egli è saggio,
L’olio v’instilla, e l’insalata mena.
Io per me volentier mai non l’assaggio,
Se sottosopra non la meno io stesso,
E vi meno più volte di vantaggio.
Poich’ a mangiar a desco mi son messo,
Per pescar meco nel medesmo tondo,
Non mi venga chi m’ama a porsi appresso;
Ch’io faccio le pazzie, e tutto ‘l mondo;
In ciò disprezzo, non conosco amico.
Se mi chiamasse il Papa, io non rispondo
Il resto del mangiar non stimo un fico,
E ne fo di buon cuor parte al compagno,
E volentier assai più, ch’io nol dico:
Non fo ingiuria a persona, e m’ accompagno
Con ciascun di leggier; sol mi riscaldo
In questo, e se m’offende altri, mi lagno.
Ogni erba, ch’io vi scorgo, a me un smeraldo
Vivo rassembra, e altro non agogna.
Il cuor fatto in quel punto allegro e baldo.
Forse che costa molto, o che bisogna
Benvenuto, Uliviero, o ‘l Ruscellai
Ti faccian forti in Roma o in Bologna?
Per un quattrin tanta abbondanza n’hai,
Se ti dà chi la vende il tuo dovere,
Che basta a contentarti  ove che vai
Forse che dopo lei non dà buon bere?
Sotto ‘l giudice ancor la lite pende,
Qual debbia di ragion il pregio avere,
L’insalata o ‘l popone; e chi s’intende
Di cotai cose apertamente dice,
Ch’a l’insalata il primo onor si rende.
Quale è a vederle in mezzo una radice
Candida e grossa, di che l’uom si goda,
E la sua voglia in ciò tenga felice?
Quest’ è quel, che di lei più ch’altro loda
Ogni buon monsignor, ogni convento,
Perchè certi di lor l’usan per coda.
O sopra ogni altro illustre condimento,
Degno sei ben, che di te canti Homero,
Ch’io per me farti onore mi sgomento.
Tu il gusto ci conservi e rendi intero,
Tu presti a chi ti cerca in ogni loco,
Solo di potestà rimedio vero.
Quanto io parlo di te, tanto m’infoco,
E s’io vo’ dir il ver, di lauri o mirti,
A paragon di te mi curo poco.
Serbinsi questi a più sublimi spirti,
A me basti sperar di te corona,
E mio Ippocrene e mio Parnaso dirti.
A te la salsa, di cui tanto suona
Il nome, ceda, ancor ceda l’agliato,
E le tue lodi canti ogni persona.
Chi t’ama, esser non può, se non beato,
E chi la mente tien a te rivolta,
Vive con poca spesa in ogni lato.
Dica chi vuol: da vergini man colta
Un’insalata, ogni tesoro avanza;
Ed io l’ho detto già più d’ una volta,
Felice è ch’in lei pone ogni speranza.

Oggi vi propongo un’insalata adatta anche ai giorni di festa in arrivo, per la nota esotica data dall’avocado (che oltre ad insaporire completa il condimento.  Ricordate , al momento dell’acquisto di sceglierlo ben sodo ma leggermente cedevole alla pressione dei polpastrelli).

Insalata con pomodorini e avocado

 
Per due persone
¼  cespo lattuga iceberg
8 pomodorini cherry o datterini
1 avocado maturo
qualche anello di cipolla rossa
2 cucchiai di olive nere denocciolate e tagliate a rondelle
olio extravergine di oliva               
aceto balsamico
sale e pepe nero
Mondate la lattuga, lavatela, asciugatela e tagliatela  a spicchi. Lavate i pomodorini e divideteli in due. Sbucciate l’avocado, eliminate il nocciolo e tagliate la polpa a fettine sottili (o a cubetti). Disponete la lattuga su un piatto di portata, adagiatevi sopra le fettine di avocado, poi i pomodorini e gli anelli di cipolla, infine cospargete con le rondelle di olive. Preparate il condimento emulsionando 2 cucchiai di olio, 1 scarso di aceto, sale e abbondate  pepe macinato al momento. Irrorate l’insalata con la salsina ottenuta e servite subito.
Insalata con pomodorini e avocado

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